Il vino che verrà, tra delusioni e speranze

Un’annata ricca di colpi di scena, difficile e complessa. Quantità: 39 milioni di ettolitri quasi il 30% in meno rispetto al 2016. Qualità: complessivamente buona ma molto eterogenea. Poteva essere un millesimo da incorniciare, sarebbe bastato che l’estate ci avesse regalato meno sole e qualche pioggia.

La produzione vitivinicola 2017 entrerà negli annali come la più povera dal dopoguerra ad oggi. Terminate le operazioni di raccolta con i conferimenti degli ultimi grappoli di Nebiolo in Valtellina, di Aglianico in Campania e dei vitigni autoctoni sulle pendici dell’Etna, le stime danno una produzione complessiva di 39 milioni di ettolitri, quasi il 30% in meno rispetto agli oltre 54 milioni registrati nel 2016.

Ci lasciamo alle spalle un’annata ricca di colpi di scena, difficile e complessa dove gelate primaverili, siccità, grandine e caldo torrido hanno in molti casi sconfessato il detto “poco vino ma eccellente”.

Complessivamente la qualità è a “macchia di leopardo”, ossia alquanto eterogenea non solo tra regione e regione ma anche tra zone vicine, visto che il buono si scontra con il mediocre e l’ottimo con il sufficiente.

Poteva essere un millesimo da incorniciare, sarebbe bastato che l’estate ci avesse regalato meno sole e qualche pioggia, ma così non è stato, anzi settembre è decorso regolare ma assai avaro di precipitazioni, non portando i benefici sperati. Quindi un’annata complessivamente buona, ma che ha deluso molte aspettative, nel senso che dopo le ultime vendemmie ci si attendeva qualche cosa di più.

Generalizzando il discorso si può dire che i vini bianchi manifestano una discreta freschezza ed una certa potenzialità olfattiva in particolar modo quelli ottenuti da uve soccorse con adeguate irrigazioni nei periodi più critici. Estremamente variabile, a seconda della zona e della tipologia, il livello di quelli rossi; in febbraio, dal responso di cantina, sapremo dove e se ci saranno punte di eccellenza.

In tutt’Italia i sopralluoghi fatti in vigna nel mese di maggio, dopo le gelate primaverili, erano negativi per la quantità, ma assai interessanti per la qualità. Con giugno le valutazioni sono scese ma con la certezza che le consuete piogge estive avrebbero riportato la situazione ai più alti livelli. Purtroppo invece l’estate è stata inesorabile in particolar modo al centro sud “bruciando” molte speranze.

Non c’è stato un angolo della Penisola che non abbia boccheggiato con temperature sopra i 40°C e con picchi di anche 50°C di percepita. Il tutto caratterizzato da scarsissime precipitazioni, in molte zone praticamente nulle,  tanto che il deficit pluviometrico di questa pazza annata supera i 20 miliardi di metri cubi d’acqua, in pratica più o meno quanti ne contiene il lago di Como.

Il periodo di raccolta risulta il più anticipato degli ultimi settanta anni: tra i 10 ed i 20 giorni a seconda delle zone e delle varietà. La prima regione a tagliare i grappoli è stata la Sicilia intorno al 20 luglio, seguita dalla Sardegna e dalla Puglia. In Piemonte la vendemmia è iniziata  a fine luglio con le uve base spumante per la produzione dell’Alta Langa, che normalmente vengono conferite dopo Ferragosto.

In pratica manca all’appello più un quarto della produzione dello sorso anno, che in bottiglie vuol dire una su quattro. Le regioni che hanno avuto le più alte diminuzioni sono Toscana, Sardegna, Lazio e Umbria con punte anche di -45% rispetto al 2016. Decrementi compresi tra  -25% e -35% sono stati registrati in Piemonte, Lombardia,  Emilia Romagna, Marche,  Abruzzo,  Puglia e  Sicilia. Per contro la regione che ha avuto il minor calo (-15%) è il Trentino Alto Adige.

Una situazione solo italiana? Assolutamente no. Secondo i primi dati elaborati dall’Organizzazione internazionale della vite e del vino (Oiv), il 2017 segnerà un calo storico della produzione vitivinicola mondiale. Sono stimati 246,7 milioni di ettolitri, oltre 22 in meno rispetto al 2016. Un decremento, viene sottolineato, dovuto principalmente alle assai contenute produzioni registrate in Europa a causa delle condizioni climatiche sfavorevoli. E visto che le valutazioni risalgono al mese di agosto, quindi basate più sull’uva che sul vino, considerando l’andamento successivamente decorso,  in Europa,  potrebbero essere ritoccate al ribasso.

Ed in effetti in Francia il decremento produttivo è molto vicino al 20%, per una produzione tra i 35 ed i 37 milioni di ettolitri di vino. In Spagna si parla di 33 milioni di ettolitri, ossia il 17% in meno rispetto al 2016. Anche la Germania che normalmente è stabile intorno ai 10 milioni di ettolitri quest’anno scende a 8,5 milioni. 

La situazione è quindi generalizzata ma non inconsueta visto che da alcuni anni le cose sembra stiano mutando; basti pensare alle ultime difficili stagioni in Borgogna o all’incremento che la viticoltura sta avendo nel sud del Regno Unito, dove fino a pochi decenni fa la vite non dava positivi risultati principalmente a causa delle eccessive piogge.

Alcuni studiosi dicono che la viticoltura nei prossimi decenni si sposterà gradualmente verso le zone più fresche e quindi dal sud al nord. Altri asseriscono che si tratta di periodi ciclici che nulla hanno di drammatico. Altri ancora pensano che la viticoltura mediterranea, ossia quella  che nel parlare comune si estende dalla Toscana alle Isole, nel tempo sarà sempre più occupata da vigneti di uva da tavola, più che da quelli di uva da vino.

Sta di fatto che il problema esiste tanto che l’Università di Milano ha messo a punto dei porta innesti  “anti siccità”  che dovrebbero far risparmiare in vigneto circa il 30% di acqua e che i Vivai Cooperativi di Rauscedo, i più grandi al mondo, hanno già dato il via alla produzione di decine di migliaia di barbatelle anti stress idrico.

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Di Giuseppe Martelli
Presidente del Comitato nazionale Vini MIPAAF